Il mediatore di idee, (senza manuale)
Copywriting ma non solo:
- Non sono solo un copywriter
- Cosa si perde quando traduci male
- Cosa si guadagna quando traduci bene
- Perché lo faccio
Non sono solo un copywriter
Non sono solo un copywriter. Sono un mediatore d’idee. Se l’idea non è mia, non posso prenderne la paternità, né pretendo di farlo.
Ma, se richiesto dal cliente, cerco di uscire da me, dalle mie passioni, per fare un primo lavoro di approfondimento reale: chi è il cliente, cosa vuole comunicare, a chi vuole comunicarlo. Applico le 5W, la teoria della buyer persona; cerco di entrare nella brand identity e darle il giusto valore.
Il vestito cucito su misura è già esistente: è la brand identity, il tone of voice, la visione che il fondatore o il brand manager ha costruito nel tempo. Il mio compito non è cucirlo.
È fare in modo che chi lo indossa possa sfoggiarlo al meglio in ogni situazione comunicativa: sul palco e dietro le quinte, sempre nella giusta luce per il pubblico.
Il mediatore non inventa le parole. Le trova nel posto giusto e le mette davanti alle persone giuste nel momento giusto.
Non è un lavoro creativo nel senso romantico del termine: è un lavoro di ascolto, ricerca e traduzione. Prima ascolti. Poi traduci, consegni; e infine ricominci.
Atto I — Cosa si perde quando traduci male
Ho imparato una cosa che nessun corso di scrittura ti insegna: le persone non vogliono essere informate. Vogliono capire. Sono due cose diverse. E la distanza tra loro è dove lavoro.
Non tutti vogliono numeri e tabelle, vanno bene per alcuni target, per chi vuole fare i conti. Ma altri preferiscono una narrazione, una storia. Altri ancora vogliono strumenti per fare confronti e comparazioni.
È un dovere del mediatore rispondere a pubblici diversi per esigenze diverse, in modi altrettanto differenti, che siano sempre difendibili e fondati, senza inventarsi nulla, ma adattando la comunicazione.
L’ho visto succedere su un pezzo editoriale che avevo consegnato troppo in fretta. Chi aveva l’idea possedeva una tesi precisa, costruita su esperienza reale. Io l’avevo tradotta in modo tecnicamente corretto ma narrativamente piatto; nessun problema, nessuna tensione, nessun motivo per continuare a leggere.
Il testo informava. Non faceva capire. Sono due cose diverse, e quella distanza è esattamente dove lavoro. Quella volta ero fuori da quella distanza.
Ci vuole più coraggio a scrivere “non so” in un articolo professionale che a citare cinque fonti autorevoli. Chiunque può farsi scudo citando esperti del settore. Ma siamo sicuri che non sia solo un bias per convincerci che sia giusto quello che stiamo facendo, o ancora peggio, comunicando?
Ci vuole molto più impegno per instaurare una conversazione: informarsi, raccogliere articoli, diverse teorie, compararle, lavorare in team e con la community per capire la strada migliore.
È più difficile? Di sicuro. È la cosa più corretta? A volte è l’unica cosa corretta da fare.
Atto II — Cosa si guadagna quando traduci bene
Mi hanno chiesto di spiegare la Job Architecture a un imprenditore che non aveva mai sentito quella parola. Ho usato la stessa metafora che userei per spiegare perché uno studio d’animazione apre una sussidiaria: struttura, ruoli, perché ognuno esiste; ha capito al primo colpo.
Forse i due mondi non sono così distanti. O forse sono io che non riesco a vederli separati.
Tutto è comunicazione. Anche il non comunicare rispetto a una tematica è comunicare, non lo sostengo io, ma menti più brillanti della mia, da Goffman a Schopenhauer. (Sì, ho citato due filosofi in un pezzo su come si scrive per LinkedIn.) Ci convivrò.
Lavoro come un regista che segue i suoi attori ben oltre le scene dello spettacolo. L’azienda è l’attore, chi interpreta la scena e si muove, sul palco e in strada.
Io sono l’addetto all’illuminazione, il coreografo, il musicista: la persona che si occupa di far risaltare ciò che l’azienda è, può essere e aspira a diventare.
Hai mai avuto la sensazione che il tuo lavoro migliore non fosse quello che hai fatto, ma quello che hai aiutato qualcun altro a fare? Io sì.
E ogni volta che succede capisco un po’ meglio perché faccio questo lavoro.
Epilogo — Perché lo faccio
C’è una differenza tra lavorare bene e lavorare in modo che tu possa riconoscerti in quello che fai.
Il secondo è più raro. E quando succede, lo senti: non nelle metriche, non nel feedback del cliente. Lo senti nel modo in cui lasci la scrivania.
C’è una cosa che ho scritto alle 5 di mattina e non ho mai pubblicato. Dice: “Se ti tieni a qualcosa, sei fragile, ma se hai delle crepe, galleggi, e se galleggi, hai spazio dentro di te.”
Non so ancora se è filosofia o stanchezza. Ma so che quando scrivo in quel modo, senza sapere per chi, quello che esce è più vero di qualsiasi brief.
Come Tommy Shelby in Peaky Blinders: “che non sente più i picconi quando trova qualcosa per cui vale la pena stare in piedi”, anche io ho il mio modo per non sentirli: scrivo.
Le soluzioni facili non sono il mio pane. Cerco la creatività, rincorro l’aggiornamento, le news, l’approfondimento, la più piccola virgola nascosta nella biografia del personaggio secondario.
E cerco di capire, grazie allo studio e all’esperienza sul campo, come migliorarmi, come essere una versione di me migliore di quella di ieri.
Se Midoriya si fosse fatto fermare dalla sua mancanza di poteri, non li avrebbe mai ottenuti. Non conta quante volte cadi, conta solo che ogni volta che ti rialzi tu sia un po’ più vicino a chi vuoi diventare.
Continuo a scrivere. Per capire. E ogni tanto, per qualcun altro.
Plus Ultra.
